Niccolò Ammaniti con il suo “Come Dio comanda” è risultato il vincitore del 61° Premio Strega. Quando è uscita la cinquina dei finalisti, devo dire, sono stato contento di avervi trovato dentro questo titolo, vuoi perché Ammaniti è uno scrittore che piace, e non solo a me, vuoi perché il libro è ben scritto, cosa alquanto solita ad Ammaniti, che già nei libri precedenti (Ti prendo e ti porto via; Io non ho paura; Branchie) aveva mostrato questa caratteristica. Il mio approccio con questo scrittore è nato per caso. È risale ai tempi di Ti prendo e ti porto via. Era il periodo il periodo in cui impazzava per radio e dovunque il tormentone del Vasco nazionale, quello che faceva: “Ma dove vai, ma dove vai, tanto oramai sei mia, passo di qui, faccio così,ti prendo e ti porto via…” insomma un giorno ad un intervista alla radio dichiara che la canzone è ispirata al titolo di un romanzo, appunto: Ti prendo e ti porto via, tra l’altro stesso titolo per la canzone. Incuriosito da questo, compro il libro e lo leggo d’un fiato, mi succede solo con i libri che mi fulminano! Da lì è nata l’ammirazione per questo scrittore. Il suo modo di scrivere è veramente coinvolgente, colpisce soprattutto la maestria con cui intreccia personaggi e punti di vista differenti degli stessi, colpisce il suo linguaggio, che sa essere duro e crudo quando ce n’è bisogno, senza mezzi termini e senza paura di cadere nel volgare. Colpisce il suo modo di rendere quasi visibile quello che si sta leggendo, quasi cinematografico. Proprio su questo qualcuno ha voluto criticarlo, generalizzando in lui, la letteratura italiana che ormai sa scrivere solo per il cinema o per la televisione. Ho trovato eccessive queste critiche soprattutto per uno scrittore così bravo, ma non voglio entrare nel merito della discussione. Anche in Come Dio comanda la scrittura è alquanto “cinematografica”, si intravede qualcosa di questo nei dialoghi, nella descrizione degli ambienti e nella trama piena di suspance. La lettura del libro è molto fluida, nonostante la paura iniziale dovuta al volume dello stesso. Protagonisti principali sono Rino e Cristiano Zena, padre e figlio, calati in una realtà complessa, violenta, crudele, quasi tragica, uniti da un amore viscerale al di sopra di tutto. Attorno a loro una varietà di personaggi molto ben curata, che non si discostano molto dalla realtà di tutti i giorni. La storia dei protagonisti si intreccia con la storia di questi strani personaggi, in modo diretto e indiretto, la congiunzione è quasi naturale e senza forzature, merito delle capacità di Ammaniti. E allora ti ritrovi personaggi come Quattro Formaggi e Danilo Aprea, segnati nella mente,da esperienze devastanti o come Fabiana ed Esmeralda rappresentanti del mondo adolescenziale, ben lontano da come descritto da Moccia, con i suoi contrasti generazionali e soprattutto sociali, che Cristiano prova sulle sue spalle. La storia scorre via, piena di una suspance degna dei migliori thriller, che accompagna i personaggi verso quella svolta tanto cercata, verso quella voglia di una vita migliore, fino allo sconvolgente finale, da palpitazione, quasi senza fiato.
Alla fine resta solo l’amaro in bocca, perché sembra finire troppo presto.